PROROGATA FINO AL 18 MAGGIO

Aperture straordinarie: Pasqua, Pasquetta (20 e 21 aprile), 25 aprile, 1 maggio

Sebastião Salgado è il più importante fotografo documentario del nostro tempo. Dopo le sue grandi mostre (In Cammino, 2000 e La mano dell’Uomo, 1994) presenta ora il suo nuovo lavoro fotografico, GENESI, realizzato durante il corso degli ultimi dieci anni. Uno sguardo appassionato teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia.
Un tour mondiale iniziato nella primavera del 2013 che dal 1 febbraio a metà maggio 2014 arriverà a Venezia alla Casa dei Tre Oci l’affascinante spazio alla Giudecca che grazie al progetto di Fondazione di Venezia, è il luogo dedicato alla fotografia nei suoi tre piani affacciati sul bacino di San Marco. Da qui Genesi proseguirà il suo cammino in altre tappe che la porteranno a raggiungere tutte le maggiori città del mondo.
Fondazione di Venezia, Contrasto e Civita Tre Venezie presentano questo straordinario lavoro di 200 grandi fotografie realizzate
in tutto il mondo, attraverso i 25 viaggi compiuti tra il 2003 e il 2011 da Salgado. Una mostra imperdibile, accompagnata da un progetto di comunicazione imponente.

IL PROGETTO SECONDO L'AUTORE

"Il mondo è in pericolo, e questo vale tanto per la natura quanto per l’umanità. Eppure questo grido d’allarme si sente così spesso che ormai viene in gran parte ignorato. Si organizzano regolarmente conferenze internazionali per discutere di effetto serra, sviluppo sostenibile, risorse idriche, distruzione di foreste, povertà endemica, necessità di alloggi e altri aspetti della crisi globale. Tuttavia la quotidiana lotta per la sopravvivenza della maggioranza delle persone da una parte e l’accumulazione di ricchezze da parte di pochi privilegiati dall’altra, dimostrano come nella pratica questi problemi fondamentali siano affrontati solo in maniera superficiale. Abbiamo perso il contatto con l’essenza stessa della vita sulla Terra. La concezione moderna secondo cui l’uomo e la natura sono in qualche modo due entità separate è semplicemente assurda. Il nostro rapporto con la natura – con noi stessi – è andato perduto. Come le specie più evolute, l’uomo forse intrattiene un rapporto particolare, e spesso dominante, con la natura, ma non ne fa più parte. È chiaro però che non possiamo sopravvivere al di fuori di questa. Ma la rapida urbanizzazione del secolo appena trascorso ha allontanato l’uomo dalle fonti animali e vegetali della vita stessa. Viviamo in disarmonia con gli elementi costitutivi dell’universo, come se non fossimo noi stessi fatti nello stesso modo, come se non fossimo esseri puramente razionali. Stiamo trascurando le qualità spirituali e istintive che fino ad oggi ci hanno garantito la sopravvivenza. Corriamo seri rischi quando ci allontaniamo dalle nostre radici naturali, radici che in passato ci hanno sempre fatto sentire parte del tutto.
Solo le generazioni recenti si sono rese conto che il collasso della natura è un rischio concreto. Oggi viviamo in un pianeta che può morire. Utilizziamo energia nucleare in diversi campi, nella vita di tutti i giorni come nei programmi scientifici, senza capire appieno i rischi legati agli effetti secondari e alle scorie nucleari. Eppure, abbiamo accumulato una quantità inconcepibile di armi nucleari, passibili di essere utilizzate in guerra o di finire nelle mani di terroristi. Per non parlare della minaccia di un disastro ambientale. L’agricoltura industrializzata e gli allevamenti su larga scala utilizzano tecniche che decimano gli habitat naturali, mentre l’uso indiscriminato di prodotti chimici inquina terreni e falde acquifere. Oggi non produciamo altro che merci di scambio. Stiamo danneggiando la stratosfera e distruggendo le ultime residue porzioni di foreste tropicali, riducendo di fatto la fotosintesi che ci assicura l’esistenza. La nostra stessa esistenza è a rischio.
Tutto questo si riflette in maniera tragica sullo stato attuale dell’umanità. Il lavoro dell’intera popolazione mondiale ha prodotto una ricchezza immensa, che resta tuttavia concentrata nelle mani di troppe poche persone, alimentando tensioni sia all’interno delle società del benessere, che tra una manipolo di paesi ricchi e il resto del mondo. Oggi produciamo più cibo di quanto sia mai stato prodotto, eppure milioni di persone muoiono di fame. E in questi ultimi decenni abbiamo assistito ai peggiori genocidi che la storia ricordi.
Per tutto il Novecento, l’accelerazione della crescita demografica e dello sviluppo economico ha distrutto gli habitat naturali della maggior parte delle zone temperate dell’emisfero boreale. Ora il centro della distruzione si è spostato verso le regioni tropicali, caratterizzate da un’enorme varietà culturale. Le 25 regioni mondiali (o “punti caldi”, secondo un concetto elaborato verso la fine degli anni Ottanta dall’ecologista inglese Norman Myers) che ospitano più della metà delle specie del pianeta hanno già perduto circa il 90% dei loro habitat naturali. Questa straordinaria biodiversità sopravvive oggi nell’1,4% della superficie terrestre.
Solo nelle zone selvagge la biodiversità è ancora florida. Le zone aride, fredde e le foreste tropicali, che rappresentano circa il 46% della terre emerse, contengono solo un minuscolo 1,6% delle piante del pianeta e il 2,3% dei vertebrati (pesci esclusi).
Eppure sono fondamentali per conservare ecosistemi locali (come i cicli dell’acqua) e perfino globali (per esempio, la sequestrazione del carbonio). Questi sono anche gli ultimi luoghi al mondo in cui possiamo capire le nostre origini come specie e ritrovare la diversità biologica in uno stato originario.
Nonostante tutti i danni già causati all’ambiente, in queste zone si può ancora trovare un mondo di purezza, perfino d’innocenza." - Sebastião Salgado

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